MARIO

BOZZI SENTIERI

 

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Azione Liguria
 

Nell’eterno scontro tra necessità e libera scelta, che Arnold Toynbee pone alla base della vita umana e del divenire storico, Genova è l’esempio della capacità di adattamento della sua gente alle leggi della natura e della storia.Una capacità che ha visto, nella proiezione mediterranea dei genovesi, l’espressione del loro pragmatismo e dello spirito di intrapresa, rispetto a scenari via via sempre nuovi, alle nuove dimensioni del mondo, del commercio, dell’impresa. Da questo punto di vista si può dire che la globalizzazione ha un’anima antica e che non è arbitrario, nello spazio del Mare Mediterraneo, a cavallo tra Primo e Secondo Millennio, verificare le capacità di vivere quella “globalizzazione” da parte delle più vitali realtà statuali ed economico-sociali dell’epoca. Tra queste la Repubblica di Genova, che riesce, nello spazio di alcuni secoli, ad affermare il proprio ruolo dominante sui principali mercati dell’epoca. Politicamente debole e territorialmente limitata, Genova è costretta a guardare oltre i bassi orizzonti del suo entroterra, montuoso e povero, per inventarsi una propria, originale, vocazione mediterranea.In questo ambito il mare è insieme una scelta di necessità e di libertà. Di necessità, perché impone, sulla base dell’immediatezza, il luogo rispetto al quale sperimentarsi, come popolo e come aristocrazia. Di libertà, perché, oltre la scelta, offre la possibilità di costruire, in un mix originale, un modello economico, sociale e culturale, intreccio di evoluzione tecnologica e navale, di spregiudicatezza finanziaria e militare, di rigore contrattuale e di spirito d’avventura. E’ un po’ quell’intreccio che Werner Sombart individua all’origine del Capitalismo, quando descrive gli uomini del primo Rinascimento come uomini ricchi di forza e pieni di romanticismo, appassionati e realisti, capaci di esercitare alte funzioni pubbliche e contemporaneamente di comandare una flotta di corsari. Costretta a lasciarsi alle spalle la povera economia agraria del Primo Millennio, l’aristocrazia genovese trova, in quella che Dante definisce come “la maggior valle in che l’acqua si spande”, lo spazio naturale nel quale sperimentare la sua forza attiva ed il suo realismo, le nuove funzioni di comando e lo spirito di sacrificio, il senso dell’organizzazione e l’acume finanziario. Tutto ciò in pochi anni. Sull’onda delle prime spedizioni in Terra Santa (1104), al servizio di Re Baldovino, che utilizza le navi genovesi per la conquista della costa siropalestinese, Genova entra a pieno titolo nella Storia, così come descritto dal Caffaro, cronista d’epoca. Ed è storia mediterranea, storia dei “fondachi” del Nord d’Africa, della penetrazione nel Mar Nero ed in Crimea, delle basi sull’Egeo, dei rapporti privilegiati con la Spagna; storia di commercio e di capacità tecnico-imprenditoriali, con i cantieri genovesi che prestano la loroopera per la costruzione delle flotte d’Europa e del mondo (dall’Inghilterra alla Persia, dal Portogallo alla Turchia); storia di banche e di finanza internazionale, con il Banco di San Giorgio, una delle prime banche d’Europa, creata dalla Repubblica di Genova per convertire in prestiti redimibili gli anticipi, fatti dai privati allo Stato per finanziare le opere pubbliche e poi diventato uno dei principali forzieri del Continente. Questo lungo itinerario, fatto di spirito di adattamento, di forza creativa, di libertà, si proietta sui destini presenti e futuri di Genova.E si proietta, proprio a partire dal passato, con bagliori di significativa modernità, laddove mette in evidenza il dinamismo dei genovesi del XII Secolo ed insieme le contraddizioni del loro modello. Sul primo versante c’è un originale “mobilità sociale” che porta, fatto inusuale per l’epoca, l’aristocratico genovese a trasformarsi in mercante; c’è la capacità di costruire una fitta rete di insediamenti, su base commerciale, piuttosto che svolgere un’opera di vera e propria penetrazione coloniale; c’è la spregiudicatezza e l’abilità dei mercanti, ma anche la loro intransigenza contrattuale; c’è il riuscire a coniugare forme classiche d’intervento con la delega ai privati, da parte dello Stato, di alcune sue funzioni per i servizi resi; c’è la forza della mediazione, fino al compromesso con i nemici storici. Questa realtà complessa porta con sé le inevitabili contraddizioni del “modello”: le enormi ricchezze trasportate ed accumulate, che restano però nei forzieri dell’aristocrazia commerciale, piuttosto che rimpinguare le casse pubbliche (un vecchio adagio dice:“Quando le casse dello Stato sono vuote, Genova è povera, ma i genovesi sono ricchi”); la dimensione “commerciale” della stessa aristocrazia genovese che è insieme il limite del ruolo geopolitico della città e la sua fortuna, in grado di riperpetuarsi al di là del declino politico. Così come il prevalere dell’accumulazione sulla “produzione” è il limite forte della crisi di Genova, limite antico e moderno, nella misura in cui ne segna anche questo scorcio di secolo.Qui il cerchio si chiude e, nello stesso tempo, si riapre proprio nella proiezione mediterranea di una storia e di una tradizione profonda, che spingono alla reinvenzione del ruolo della città, la ripongono al centro del rapporto tra il Nord ed il Sud dell’Europa e, nel momento in cui è definitivamente in crisi il modello industrialista, fanno riemergere la funzione commerciale, finanziaria e geopolitica che appartiene a Genova. Essa è insomma ancora uguale a sé stessa, alla sua essenza storica, allorquando, schiacciata dai monti che ne comprimono ogni possibilità espansiva, deve inevitabilmente proiettarsi sui grandi spazi del Mediterraneo, ritrovando, con rinnovata convinzione, nella “maggior valle” – evocata da Dante – la propria dimensione “globale”, avendo però, questa volta, alle spalle, la forza di un intero Continente, il quale può trovare nel Mediterraneo non solo il luogo di compensazione delle contraddizioni tra il Sud ed il Nord di questa parte del mondo, ma anche il bacino naturale di attrazione, insieme culturale ed economico, per i Paesi che su di esso si affacciano. In questa prospettiva l’esempio del “colonialismo” genovese, non invadente, ma commerciale, più contrattuale che militare, offre spunti interessanti alla costruzione dei moderni equilibri dell’area mediterranea. Rispetto ai più vasti mercati globali, quello mediterraneo può rappresentare il luogo privilegiato per l’incontro di culture, di mercati, di prodotti che nascono nelle “retrovie” dei Paesi che su questo mare si affacciano: storia di oggi e storia di ieri, che l’esperienza genovese consegna, incorrotta e significativa, a chi vuole leggerla, a chi sa  leggerla, oltre ogni dimensione localistica.

Mario Bozzi Sentieri

 

Links di approfondimento: Federazione Circoli A.N. di Genova
A.N. Sestri Levante - GE
Circolo G.Almirante - GE

Circolo Ambientale A.N. "La mia terra" - GE

A.N. Sanremo
A.N. Loano
Associazione Culturale Circolo La Sprugola
U.G.L. - Genova

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