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MARIO BOZZI SENTIERI
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(05/10/2007) NEWS N.62
NEWS N.62 - 6 OTTOBRE 2007 Speciale Birmania BIRMANIA:"MOLTO PIU' ALTO NUMERO VITTIME" La giunta militare interrompe principali collegamenti internet Rangoon, 28 set. (Ap) - A Rangoon, la città birmana da giorni teatro delle proteste di pia zza dei monaci buddisti, è stata un'altra giornata di violenti scontri. I bilanci ufficiali riferiscono di nove morti, 11 feriti tra i manifestanti e 31 agenti del governo contusi. Tra le vittime c'è anche un reporter giapponese, Kenji Nagai, 50 anni, collaboratore dell'agenzia stampa giapponese APF. Nagai è rimasto ucciso sotto il fuoco dei militari del sanguinoso regime di Than Shwe. Con lui sarebbe morto un altro giornalista, ma la notizia non è stata confermata nè si hanno precise indicazioni sulla sua nazionalità. Ma l'ambasciatore australiano in Birmania, Bob Davis, ha affermato oggi che il numero delle persone uccise nell'intervento dei militari contro i manifestanti per la democrazia nel Paese è molto più elevato rispetto a quanto non dicano le cifre ufficiali. Proprio l'asse nza di notizie precise, l'incertezza che accompagna gli eventi di queste ultime ore testimoniano la grave repressione in corso: dopo due giorni di violenze nelle strade di Rangoon (oggi Yangon), il principale collegamento a internet ha smesso oggi di funzionare. Un responsabile birmano delle telecomunicazioni ha attribuito il problema a "un cavo subacqueo danneggiato". Oltre che di siti web oscurati la Bbc online riferisce di messaggi che campeggiano sulla tv di stato in cui i media straniera vengono definiti "distruttivi"; e sono sempre di meno le foto e i filmati girati con i telefonini che giungono in Occidente e che ritraggono le proteste di questi giorni. Segnale che la stretta della giunta militare sta progressivamente aumentando. Intando la giunta militare birmana ha occupato dei monasteri dichiarando "no-go zone", zona interdetta, i dintorni al fine di bloccare l'ondata di prot esta anti-governativa. Lo riferiscono oggi alcuni diplomatici. Leautorità birmane hanno comunicato la mappa delle "zone di pericolo" ai diplomatici del sudest asiatico: i dintorni di cinque santuari buddisti, tra cui le pagode di Shwedagon e Sule a Rangoon, sono interdette all'accesso e militarizzate, ha affermato uno di questi diplomati, parlando sotto copertura d'anonimato. Sul fronte diplomatico, mentre si susseguono le dimostrazioni di solidarietà nei confronti del popolo birmano (ieri a Roma manifestazione di solidarietà in Campidoglio) restano però le profonde divisioni interne alle istituzioni internazionali con Russia e Cina, entrambi membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, contrari a infliggere sanzioni contro il governo del Myanmar (Birmania). La Cina si è tuttavia unita agli altri paesi Onu nell'appello alla moderazione rivolto alla giunta milita re. Ieri i Rappresentanti permanenti degli Stati membri della Ue (Coreper), riuniti a Bruxelles, hanno deciso di rafforzare il sistema di sanzioni già in vigore, decidendo di mandare al contempo un segnale di solidarietà ai cittadini della Birmania. Parole forti sono giunte anche dal presidente americano Bush che ha invitato "i paesi che possono influenzare il regime affinché si uniscano a noi nel dare sostegno alle aspirazioni del popolo birmano. E intanto il ministero del Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni economiche nei confronti di 14 alti membri del governo di Myanmar. TRAGEDIA NEL MYANMAR Perché non si dice che nella ex Birmania governa un regime comunista? di Massimo INTROVIGNE Chiamiamolo comunismo tratto da: Il Giornale, 29.9.2007. Diceva Napoleone che ci vuole coraggio per chiamare gatto un gatto e sconfitta una sconfitta. Oggi ci vuole ancora più coraggio per chiamare comunista un comunista. La parola, giustamente, fa paura. Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente «Compagni!» lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato. Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar). Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una «dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon. Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni. Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici. Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, de lla (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività economica resta ampiamente nelle mani dello Stato. I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome. BIRMANIA - ODG DEI CIRCOLI NUOVA ITALIA L'Assemblea dei Circoli Nuova Italia Preso atto delle gravissime violazioni dei diritti umani e della brutale repressione che si sta verificando nella "ex Birmania" ad opera di un regime militare ancorato ad un vetusto sistema di "socialismo reale"; C onsiderato che le violenze che stanno polarizzando l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sono la punta di un iceberg di decennali violazioni dei diritti umani e che si sono da anni incarnati simbolicamente nella protesta pacifica di Aung San Suu Kyi; Valutata attentamente la copertura internazionale che il regime di "Myanmar" gode in maniera nota da parte della Repubblica Popolare Cinese; Esprime la più sentita solidarietà al popolo birmano la più ferma condanna della giunta militare di Rangoon e di tutti i suoi padrini internazionali Auspica che il governo italiano ponga in essere tutte le concrete azioni e pressioni diplomatiche, coinvolgendo anche i partner dell'Unione Europea, sulla Cina affinché le violenze vergognose che stanno colpendo il popolo di Myanmar abbiano fine. STOP alla Dittatura in BirmaniaLibertà per i Monaci Buddisti arrestati e per il Premio Nobel Agun San Suu KyiInondiamo di Fax - Lettere ed E.Mail L’Ambasciata del Myanmar in Italia : Via della Camilluccia 551 – 00135 Roma |
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