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MARIO BOZZI SENTIERI
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(07/02/2010) 10 FEBBRAIO 2010 GIORNO DEL RICORDO
10 FEBBRAIO 2010 : GIORNO DEL RICORDO Ricordo le migliaia e migliaia di uomini, donne, anziani e bambini, lasciati morire nel buio di una foiba, seppelliti vivi tra i morti. Perché si risparmiassero le pallottole. Ricordo maestri, preti, soldati, operai, studenti seviziati e uccisi dalle milizie comuniste jugoslave nelle scuole, in strada, in chiesa, in casa propria. Cadaveri disseminati senza pietà lungo tutto il confine nord-orientale d'Italia. Ricordo giovani donne torturate con tenaglie roventi, rinchiuse in gabbie di ferro, stuprate ed esposte al ludibrio degli uomini di Tito. Ricordo quei carnefici ancora impuniti, prosciolti dall'accusa di sterminio per aver operato in territorio "extranazionale" o mai neanche processati. Ricordo la disperazione dei 350 mila esuli italiani di Fiume, dell'Istria, della Dalmazia. Costretti ad abbandonare le loro case, le loro terre, i loro ricordi radicati nei secoli. Ricordo migliaia di persone scomparse nel nulla che l'Italia, l'Europa ed il mondo hanno fatto finta di dimenticare. Ricordo il silenzio degli storici di partito e l'omissione complice della scuola pubblica italiana, perché le giovani generazioni non sapessero, perché non ricordassero. Il 10 febbraio di ogni anno, nel "Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano - dalmata e delle vicende del confine orientale" io indosso il fiocco tricolore per tributare il mio riconoscimento a questi Figli d'Italia troppo a lungo dimenticati. Io ricordo. E tu? VERSO IL GIORNO DEL RICORDO Per il Giorno del Ricordo, mercoledì 10, doppio appuntamento allo Spazio Oberdan di Milano, dove sar&a grave; inaugurata la mostra fotografica «Storia dimenticata di una terra d'Italia. Venezia Giulia, Istria, Fiume, Dalmazia», mentre il giorno dopo sarà presentato il libro «Venti di bufera sul confine orientale». Tema della mostra, costituita da quaranta pannelli espositivi e curata dall'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sono le vicende storiche dei territori di confine a cavallo tra l'Italia e la penisola balcanica, con particolare riferimento ai tragici eventi della storia del Novecento, culminati, fra il 1943 ed il 1945, nell'arresto e nella deportazione di migliaia di uomini e donne, molti dei quali scomparvero nelle Foibe. Il percorso espositivo si conclude con uno sguardo alla situazione geo-politica attuale. L'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rappresenta gli italiani esuli dall'Istria, Fiume e Dalmazia al termine della guerra a causa delle vessazioni culminate con la tragedia delle Foibe. No nostante siano da allora trascorsi oltre 60 anni, è ancora sentita la necessità, anche nelle più giovani generazioni, di mantenere un'identità culturale e storica tale da non far cadere nell'oblio una drammatica pagina di storia italiana. Nella rassegna, inoltre, è presente una postazione video con filmati d'epoca. «Venti di bufera sul confine orientale», edito da Solfanelli, è il libro che Rossana Mondoni e Luciano Garibaldi, animatori dell'associazione culturale «Testimoni della storia», hanno dedicato alla tragedia delle Foibe e alle vicende che tante sofferenze hanno causato agli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia. La panoramica storica tracciata dai due autori parte dal 1866 (annessione del Veneto all'Italia) e, attraverso il '20 (l'Istria entra a far parte del Regno d'Italia), giunge all'8 settembre '43, data in cui inizia il dramma delle terre orientali, che si concluderà dopo il 25 aprile 1945 con più di 10mila italiani gettati nelle foibe e l'esodo di 350mila istriani, giuliani e dalmati. Speciali capitoli sono dedicati a Trieste, tornata all'Italia, e alle città sacrificate Fiume, Pola e Zara. Sarà poi l'Irci (Istituto di ricerca e cultura istriano-fiumano-dalmata) ad allestire l'opera che sarà esposta alla Camera dei deputati il 10 febbraio e inaugurata dal presidente Gianfranco Fini. «Si tratta - spiega Piero Delbello, direttore dell'istituto - di un'opera costruita con le masserizie degli esuli a ricordo della tragedia giuliano-dalmata: spiccano un carretto a mano e una sequenza di bauli zeppi di oggetti personali». L'installazione, visibile al pubblico per tutto il giorno, creerà un'isola nella sala della Lupa a Montecitorio e sarà circondata da otto grandi riproduzioni fotografiche, che testimoniano i momenti del l'esodo e la vita nei campi profughi. Sempre su iniziativa dell'Irci, a Trieste è stata allestita la mostra «Futurismi al confine orientale. Avanguardie di regime» negli spazi del Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata. Fra le note negative a ricordo di questa giornata è da registrare la decisione della Giunta di centrosinistra del Comune di Formello, che ha negato il patrocinio ad un'iniziativa per il ricordo della tragedia, promossa da Casapound Italia Veio in collaborazione con Giovane Italia Formello. Lo ha reso noto Federico Colacicchi, responsabile locale di Cpi: «Il Comune di Formello ha deliberatamente ignorato la legge 30 marzo 2004, n. 92, con cui la Repubblica Italiana istituisce il 10 febbraio quale giorno del ricordo senza fornire una motivazione comprensibile, dimostrando di fatto un completo disinteresse, se non una vera e propria avversione, per il ricordo dei martiri delle Foibe. Chiederemo conto della posiz ione assunta dal Comune - ha aggiunto Colacicchi - augurandoci che almeno una parte di quelle istituzioni, che hanno negato il patrocinio, possa partecipare all'evento, così da poter comprendere il vero significato del Giorno del Ricordo e rendere omaggio alle migliaia di italiani che furono massacrati e costretti all'esilio». SULLE FOIBE ANCHE VELTRONI CI RIPENSA…. Di libri sull'esodo degli istriani, giuliani e dalmati, ne abbiamo ormai a dispo sizione parecchi. Da quando la giornata del ricordo, il 10 febbraio, rende omaggio anche a quelle vittime dimenticate, oltraggiate da un silenzio colpevole, non è difficile reperire documentazioni, racconti, ricostruzioni storiografiche sulle sofferenze di 350mila persone costrette a lasciare le loro case e la loro terra. Ma la notizia che in questo contesto vogliamo sottolineare è un'altra: e cioè che uno dei libri freschi di stampa sull'argomento, Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani, di Jan Bernas, edito da Mursia, presenta una coraggiosa prefazione a firma di Walter Veltroni. Si sa che l'ex segretario del Pd si cimenta spesso e volentieri con la letteratura, che quando non scrive libri suoi si diletta a scrivere prefazioni a libri altrui, ma in questo caso l'argomento è importante, perché va a toccare in profondità la cattiva coscienza di una sinistra che per decenni si è rifiutata di fare i conti con l e sue rimozioni, e la rimozione sulle foibe è stata gigantesca. Veltroni con le sue parole chiarisce gli equivoci su «quell'ondata di violenza antitaliana» e non nasconde le responsabilità di quella rimozione: «Di quelle sofferenze e di quello sconvolgimento, infatti, l'Italia e la Repubblica non hanno colto né allora, né per tanto tempo dopo, la portata e il significato nazionale. Anche per colpa di una parte importante della cultura della sinistra, prigioniera dell'ideologia e della guerra fredda». Una sinistra, che troppo spesso ha minimizzato la portata di quello che avvenne giustificandola con la crudeltà dell'occupazione fascista dei territori sloveni e croati: «Ma questo nulla toglie al dovere che tutti hanno di riconoscere che nessun rancore storico, nessuno spirito di vendetta può giustificare quel che avvenne, e il modo barbaro in cui avvenne. Ad alimentare l'espansionismo nazio nal-comunista di Tito fu un intreccio perverso di odio etnico, nazionale e ideologico. Un odio che colpì, come mette bene in luce l'autore, fascisti, antifascisti, persone senza una precisa posizione politica». Un odio etnico che non può essere giustificato: «Un odio alimentato dall'ideologia, in questo caso soprattutto dall'ideologia comunista. La verità è che nessuna costruzione ideologica, di nessun tipo e di nessun colore, può giustificare la violenza, la privazione della libertà, la persecuzione e l'uccisione di migliaia di persone. E non c'è niente, né un se né un ma, che possa far dimenticare il modo orribile in cui questo avvenne». Uno sforzo di verità di cui solo Luciano Violante in passato si era fatto interprete, scrivendo per esempio un anno fa sul Riformista che si vergognava di essere stato dalla parte «di chi legava il fil di ferro ai polsi delle v ittime prima di precipitarle» perché «l'aver appartenuto al partito comunista e il sentirmi tutt'ora dentro quella rigorosa educazione politica e a quel complesso di valori civili e repubblicani, mi faceva sentire tra quegli assassini». Parole tardive ma importanti, perché utili a chiudere il vergognoso capitolo dell'atteggiamento assunto dai comunisti italiani nei confronti degli esuli istriani, giuliani e dalmati, riassunto nel 1946 da un articolo dell'Unità in cui si scriveva che quelle famiglie in fuga non andavano accolte perché a scappare erano solo «i gerarchi, i briganti neri, i profittatori» impauriti «dall'alito di libertà» portato dall'esercito di Tito. Il libro di cui Veltroni firma la prefazione non è un libro a tesi, è una raccolta di testimonianze, e fa capire che quegli italiani cui ci accingiamo a rendere omaggio il 10 febbraio non sono em igranti ma un «popolo sradicato dalla propria terra». Racconti ordinati secondo la zona o la città di origine, che «descrivono il dramma comune di un popolo. Sono uomini e donne, spesso di opposta fede politica, ma accomunati dalla stessa sorte e dalla stessa accusa: "fascisti!". Tutti i "rimasti'" in quanto italiani, vengono guardati con sospetto. Non sono pochi quelli che conoscono l'inferno dei campi di concentramento titini... Altri, invece, descrivono il quotidiano tormento di chi decise di non abbandonare la propria terra, riscoprendosi giorno dopo giorno minoranza e straniero a casa propria. Ma anche per gli esuli, nell'Italia del dopoguerra, l'accusa è, paradossalmente, la stessa. Sono malvisti perché considerati "fascisti in fuga" dal "paradiso socialista"». Giustamente Veltroni elogia l'espressione "trasloco dell'anima" usata dall'autore del libro per d efinire quell'esodo. Un trasloco che ferisce l'identità e che è quindi più doloroso di quello subìto dai beni materiali. «Sembra impossibile oggi - scrive Bernas - soltanto pensare a una Firenze vuota senza fiorentini, a una Roma silenziosa senza romani o a una Napoli deserta senza napoletani. Sessant'anni fa, questo è accaduto. Ed è accaduto a Capodistria, a Rovigno, a Buie, a Parenzo, a Dignano, a Pola, a Fiume e a Zara. Interi borghi, intere famiglie, un'intera regione svuotata della propria essenza. Come in una lenta ma inesorabile emorragia. Come in un trasloco dell'anima». *** UNA SOLA COLPA: QUELLA DI ESSERE ITALIANI Un libro-denuncia sul grande silenzio che ancora oggi avvolge le migliaia di vittime delle Foibe e l’esodo degli oltre 350.000 Italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia In occasione del Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e del genocidio anti-italiani commesso dai partigiani titini e dell’esodo giuliano-dalmata, la nuova collana I libri de Il Borghese, diretta dall’editore Luciano Lucarini, presenta martedì 9 fe bbraio a Roma, presso Palazzo Ferrajoli, il libro “Foibe (S)conosciute” di Maria Antonietta Marocchi. Con la prefazione del Direttore Maurizio Belpietro.Interverranno Maurizio Gasparri, Presidente del gruppo Pdl al Senato, Roberto Menia, Sottosegretario di Stato all’Ambiente e alla tutela del Territorio e del Mare, Fabio Torriero, direttore de La Destra delle Libertà, l’editore Luciano Lucarini e l’autrice, Maria Antonietta Marocchi.La collana I libri de il Borghese, che negli anni ’60-‘70 fu portata al successo da Mario Tedeschi, successore di Leo Longanesi fondatore dell’omonimo settimanale, pubblicando grandi autori come Vintila Horia, Raimond Cartier, Giuseppe Pr ezzolini e John F. Kennedy col suo “I ritratti del coraggio”, con questo libro-denuncia di Maria Antonietta Marocchi vuole contribuire a tenere alto il ricordo delle sofferenze patite dagli italiani del confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale, che per oltre un cinquantennio è stato celato.“Vivo deve essere il ricordo, come quello di chi è fuggito lasciando la sua casa, la sua terra, i suoi morti nei cimiteri, per amore della sua Patria”. Così Maria Antonietta Marocchi, figlia di esuli istriani, sottolinea in “Foibe (S)conosciute” la sua battaglia senza sosta, per sollevare dall’oblio il ricordo dei 350.000 esuli italiani giuliano-dalmati, che dal 1947 attendono giustizia per i loro diritti riguardanti i loro beni che furono costretti ad abbandonare. Il libro è una sintesi di storie, testimo nianze e documenti di quanti italiani subirono atroci torture, patirono la prigionia e che trovarono la morte nelle foibe e nei campi di concentramento, per mano degli jugoslavi di Tito, accusati di un’unica grande colpa: quella di essere Italiani. E’ un’opera che si rivolge soprattutto ai giovani, che ancora oggi, nonostante l’Istituzione nel 2004 del giorno del Ricordo per il 10 febbraio, conoscono pochissimo questa parte di storia del Paese. Infatti, da anni l’autrice si reca negli istituti scolastici per narrare agli studenti una pagina di storia italiana ancora quasi del tutto assente nei libri di testo,ricordando dopo il racconto della storia dei suoi genitori, fuggiti da Capodistria, anche la fine di un suo parente poliziotto a Fiume, fucilato il 16 giugno 1945, per il quale riceverà il 10 Febbraio: Giorno del Ricordo, dal Presidente della Repubblica, una medaglia in suo ricordo. “Foibe (S)conosciute” è pertanto un tassello importante di un mosaico che, per reticenza di molti intellettuali e ricercatori, deve essere ricomposto. *** PER ADERIRE AL COMITATO 10 FEBBRAIO Il “Comitato 10 Febbraio” nasce in concomitanza con la prima celebrazione della “Giornata del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati”. Finalmente dopo troppi decenni di oblio il Parlamento italiano ha approvato la legge di istituzione della “Giornata del ricordo”, restituendo così dignità alla memoria delle migliaia di italiani trucidati barbaramente sul confine orientale e dei 350.000 connazionali costretti all'esilio dalle terre natie di Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla repressione dei partigiani del Maresciallo Tito e alla sistematica pulizia etnica attuata nei confronti dei cittadini italiani. Tra pochi giorni la Repubblica Italiana celebrerà ufficialmente questa ricorrenza, e questa dovrà essere l'occasione per dimostrare che la storia non può e non deve essere strumento di lotta politica, ma parte integrante della cultura e della tradizione di un popolo, senza amnesie né colpevoli dimenticanze. A tal proposito il “Comitato 10 febbraio” nasce per creare una sinergia tra tutti coloro i quali intendano celebrare la giornata del ricordo, sensibilizzando le migliaia di italiani che pur non avendo letto questa storia sui loro libri di testo, sono consapevoli di come un popolo che dimentica i suoi martiri non possa considerarsi tale. Il Comitato - al quale si inviteranno ad aderire Associazioni, movimenti, organizzazioni giovanili di partito e non, sindacati, enti locali e personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, dello sport - si prefigge di: • pubblicizzare le iniziative in programma per le celebrazioni del 10 Febbraio; • sostenere la Amministrazioni locali nell'organizzazione e nel coordinamento di iniziative volte a dare la massima diffusione e conoscenza alla “Giornata del Ricordo&rdqu o;; • raccogliere le adesioni di importanti personalità del mondo dell'arte, dello spettacolo, della cultura, dello sport, dell'economia e della politica al fine di divulgare presso il più vasto pubblico l'importanza delle celebrazioni del 10 Febbraio; • diffondere presso le giovani generazioni, attraverso i canali della scuola e dell'università, la memoria della tragedia dell'esodo e del genocidio degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia; • redigere e pubblicare volumi di approfondimento, filmati e mostre tematiche. In occasione delle prossime celebrazioni il Comitato produrrà un grande quantitativo di spille tricolori che diventeranno il simbolo di riconoscimento per tutti quegli italiani che vorranno con questo semplice gesto ricordare il 10 Febbraio, siano essi cittadini comuni o personalità. Attraverso lo strumento della spilla tricolore, il Comitato si prefigge l'obiettivo di creare un meccanismo di condivisione, di partecipazione e di moltiplicazione del messaggio affinché questo possa raggiungere quanti più italiani possibile. Per informazioni: www.10febbraio.it |
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